A Conversation

with Maria Gloria Conti Bicocchi, 2017

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Vorrei parlarti come se fossimo insieme davanti al giardino di Procida, come tante volte succede. Sono incuriosita dal processo scientifico-sensoriale-poetico della tua ricerca. Dove nasce il tuo interesse per il percorso delle sinapsi, quindi del pensiero, delle sensazioni, delle percezioni e dei ricordi?

Come spesso succede, nasce dall’opera stessa. 
Avevo da poco concluso SyrinX, un progetto composto da sette grandi opere su carta, dove ho sperimentato l’interazione tra la pittura e le onde sonore, utilizzando il processo cimatico. Un omaggio all’invisibile: il vento sulla carta bianca traccia una rappresentazione impossibile del suono creatore. La pittura dei sette giunchi, declinata su sette principi musicali, si focalizza in ciascun elemento su uno specifico principio umano, che ne attraversa le forme, come una voce nascosta. Questo ritmo interiore, quasi botanico nella morfologia umana, mi ha fatto accostare lo studio della forma come schema di organizzazione delle strutture cellulari, che è diventato parte vitale del mio lavoro più recente. Da lì, innamorarmi della foresta composta dalle ramificazioni neuronali è stata una folgorazione.

I neuroni, osservati attraverso il processo di scansione a fluorescenza che ci consente di misurarne il profilo e le proporzioni, corrispondevano visivamente ad un ritmo, che stavo da sempre cercando. Lo slancio, l’anelito e la vicinanza tra i loro rami che si fa tensione infinita, quando i dendriti si corrono incontro senza toccarsi mai. E la sinapsi, come scintilla elettrochimica, che attua il gioco continuo del nostro pensiero, che come tu suggerisci è uno dei motivi di questo progetto.

L’amore, in prima istanza puramente visivo, per le molteplici omologie della natura e per i neuroni, mi ha posto nel mezzo della riflessione sul pensiero la quale ha, come minimo, caratterizzato tutta la storia filosofica dell’occidente. Ma non solo. Salvo rare eccezioni, l’ha dominata come processo cognitivo, togliendo spazio alla conoscenza poetica e metafisica che si avvale non tanto del pensiero, quanto della coscienza. Così mi son trovata proprio sul crinale, tra questo omaggio all’intelletto, ai meccanismi della memoria ed alla decodifica dell’orizzonte fenomenico messa in scena dal cervello e le possibilità sconfinate della mente, estese anche alla sospensione del pensiero stesso.

Ho utilizzato le trasparenze e specialmente il rarefarsi dei neuroni nelle ampie superfici bianche, come metafora, come speranza, di questo spazio mentale, in cui le immagini si assopiscono ed il pensiero si dispiega al silenzio.

Quando hai sentito la necessità di passare dalla pittura, dal disegno e dalle grandi forme colorate all’astrazione concretissima della via lattea del cervello?

Come tu suggerisci si tratta di un’astrazione concretissima e pertanto non ha mai abbandonato la forma pittorica o il disegno che sono a loro volta una forma pensiero, e quindi la traduzione più diretta e spontanea di un’immagine mentale (in atto da sempre, e riscontrata perlomeno a partire dai poderosi profili selvaggi di Chauvet o di Lascaux). Nel 2012 ho dato inizio al progetto, avvalendomi della collaborazione del Prof. Michael Higley dell’Università di Yale (Program in Cellular Neuroscience - Yale School of Medicine). I modelli, materiale inedito del laboratorio, sono realizzati in vivo sui tessuti cerebrali in stato di attività ed in seguito rielaborati cromaticamente, riportando con fedeltà il loro ritmo visivo sulla carta. La scelta della carta é diventata una cifra caratterizzante del mio lavoro attuale, per la sua trasparenza e sensibilità verso il più piccolo intervento o silenzio cromatico. La carta é preparata appositamente con soluzioni acide per consentire la rarefazione dell’immagine stessa.

Quanto hai dovuto documentarti per rendere il tuo lavoro-ricerca attendibile anche scientificamente, una sorta di trattato di biologia rivisitato dalla tua percezione?

Lo studio del cervello, al quale ho dedicato la mia ricerca negli ultimi anni, dopo l’incontro col Prof. Higley è andato nutrendosi in maniera più profonda, in uno scambio che assieme ai contenuti neurobiologici ed epistemologici ci ha coinvolti in un dialogo sulla natura della coscienza. Per quanto riguarda il metodo, il laboratorio utilizza un tipo di microscopia a fluorescenza denominato ‘imaging a due fotoni’ che permette di fotografare a contrasto le cellule del tessuto cerebrale vivente. In tal modo, piuttosto che semplici visioni statiche della loro struttura, é possibile osservare l’attività dei neuroni e le conversazioni che avvengono l’uno con l’altro. La multidimensionalità di questo scambio è quanto consente a circa ottantasei miliardi di neuroni di collegarsi attraverso migliaia di miliardi di sinapsi. Gli studi odierni sulla computazione neuromorfica ed intelligenza artificiale sottolineano il ruolo di queste strutture, che sostengono ogni processo mentale attraverso piani e connessioni il cui impianto passa da assetti più semplici a due o tre dimensioni sino a composizioni molto più complesse anche di nove, undici dimensioni e più. Studiarle mi ha consentito di dedicare una tensione visiva specifica allo scambio cellulare, al corrersi incontro dei dendriti neuronali, giocando sul ruolo dei piccoli dossi o sporgenze che coprono la superfice dei rami dendridici, le spine, che costituendo il sito di contatto tra una cellula e l’altra, danno vita alla sinapsi.

Qual’è il rapporto tra queste strutture e le installazioni spaziali che sono entrate a far parte del tuo linguaggio più recente? Ho l’impressione guardandole che l’arte riesca a scoprire una bellezza che esiste già. Non è forse compito dell’artista, riuscire con curiosità intuito e poesia a “vedere davvero” attraverso la natura quei concetti e schemi sottesi, semplici nella loro complessità, e saperli poi disvelare, proporre e tradurre in un’opera nuova? Mi sembra in questo senso che tu abbia percorso una doppia strada: portare la scienza delle connessioni neurali e della biologia molecolare nell’arte e l’arte nella scienza. Come in un loop tape che crea continuamente senza ripetersi mai.

Ti ringrazio. Le somiglianze di schemi tra fenomeni naturali diversi sono come tu sottolinei una fonte di ispirazione inesauribile. Pensa solo a Leonardo che paragona le vene del corpo umano al comportamento delle arance!
 Le strutture architettoniche composte per mezzo degli elementi dipinti suggeriscono dei moti che attraversano le carte sovrapposte. Come dei moti interiori e al tempo stesso come dinamiche naturali le cui proporzioni, ordine e qualità ricordino le strutture geometriche sottese alla multiforme natura.

In Devotion, presentata per la prima volta a New Delhi nell’ambito dell’India Art Fair e poi a Miami per Art Basel 2015, il lavoro è percorso dalla struttura ascensionale di una curva elicoidale: è dedicato a quel ritmo interiore che accomuna la crescita delle forme viventi in una spontanea tensione verso l’ascesa.

Attualmente, sono al lavoro su delle nuove strutture che accostano la deformazione dello spazio euclideo come espressione del campo magnetico. Le proprietà dello spazio deformato, poste in relazione con il cervello e con le molteplici analogie tra la mente umana e le altre espressioni di energia vivente ispirano una possibile corrispondenza, un ponte tra il pensiero ed il mondo, una riflessione sui meccanismi del pensiero creatore.

La tua riflessione sulla mente mi sembra si estenda al vedere il modo in cui vediamo le cose visibili.
 Cosa puoi dirmi al proposito della percezione, che forse simbolicamente si manifesta proprio in quell’occhio (oblò) che permette al fruitore e a te artista di spiare la verità come attraverso una lente di ingrandimento?

L’oblò, che arriva grazie a mio padre dal polveroso Chor Bazaar di Bombay, consente di affacciarsi come da un boccaporto rivolto al cuore della cellula, sul suo spazio solo simbolicamente vuoto, ovvero fatto di una differente densità. Come tu suggerisci è un’inquadratura che incanala il mio sguardo o quello del fruitore, nelle visioni sempre diverse che lo attraversano. Il mondo esterno è descritto così come in un palcoscenico, di cui i neuroni costituiscono il sipario strappato. In questo senso, il lavoro attua un gioco provocatorio sui meccanismi stessi della nostra mente, e nel rendere loro costante omaggio, ne prospetta l’illusorietà. La realtà si colora al nostro sguardo del timbro che il cervello usa per attuarne una decodifica, è la mente a dare una forma agli oggetti che percepisce, e quel neurone sforacchiato da un oblò pieno di fenomeni, ci suggerisce proprio questo.

In molte opere le immagini virano da una colorazione più densa, da una pittura più corposa verso la scomposizione dell’immagine stessa ed il suo perdersi nel supporto bianco. In questa variazione di densità ho ricercato delle iperboli di crescente chiarore, che sono talvolta distribuite attraverso i diversi elementi che compongono l’opera. Mi interessava focalizzarmi sullo spettro del visibile, su quanto la mente capta, per riconsegnare uno spazio ai piani di frequenze invisibili. La natura vibrazionale delle cose, di cui la mente è in grado di leggere soltanto una porzione.

L’aggiunta delle piccole tracce di figure oniriche richiamano alla tua memoria, come in un racconto da disvelare e forse da inventare, alla tua storia personale e ha arricchito questo lavoro di quella poesia che sempre, manifesta o celata, rende un disegno, un quadro, una ricerca o un progetto, un’opera d’arte. Mi sembra che questo bisogno di “raccontare” e di lasciare immaginare a chi guarda quale sia il racconto a cui accenni appena, abbia coinciso con l’aver virato il tuo lavoro dal color ruggine al blu, al rosa, quindi da un trattato scientifico verso la valenza di un cielo stellato. Raccontami se ho percepito la cosa giusta, raccontaci il tuo percorso, raccontaci di te.

Nelle strutture di carta, nei lunghi scrolls come in molti dipinti precedenti, c’è spesso un canto al ricordo. I solchi di cui i neuroni conoscono la strada, dove si affacciano familiari i lampioni di via Faro. Le righe di un mattonato, i profili delle persone amate, la luce di un giorno qualsiasi. Le immagini che con commozione fanno capolino in questi lavori, piccole figure quasi sempre disegnate ad inchiostro, di getto, sono affini alla grana stessa della materia di cui è fatta l’opera, che in un certo senso le partorisce. Sono figure velocissime, istantanee, spesso ispirate dai grumi del pigmento o dalle chiazze sfocate dell’acido preparatorio, e si aprono senz’altro ad un racconto personale ma anche alla possibilità che i neuroni dipinti si comportino come dei transistors, e possano dare forma, captandone la frequenza, ai nostri pensieri. In tal senso vagolano queste immagini, come apparizioni prossime all’istante sinaptico, a cui i neuroni restituiscono una forma, quando passa di lì un ricordo o un pensiero. Come meduse nell’acqua. Immerse nel proprio stesso elemento che le compone al 98 % le meduse sono acqua nell’acqua, così i neuroni in un oceano di pensiero.

I’d like to talk with you as if we were together in front of the garden in Procida, as often happens. I’m curious about the scientific-sensorial-poetic process of your research. How did you first get interested in exploring synapses – hence thoughts, sensations, perceptions and memories?

It arose out of the work itself, as is often the case.
 It wasn’t long after I’d finished SyrinX – a project consisting in seven large works on paper where I experimented with the interaction between painting and sound waves, using the cymatic process. Tribute to the invisible: the wind on the white paper plots an impossible representation of the creator sound. The painting of the seven reeds, inflected according to seven musical principles, focuses on, in each element, one specific human principle, running through the elements’ forms, like a hidden voice. This inner rhythm, which is quasi-botanical in human morphology, brought to my attention the study of form as organisational pattern of cellular structures. This has become a vital part of my most recent work. Love of the forest of neuronal ramifications then came as a flash or sudden illumination.
 Neurons, observed by means of fluorescence scanning - enabling us to measure their profile and proportions - visually corresponded to a rhythm that I had always been searching for. The impetus and attraction, and the nearness of their branches the one to the other, result in an infinite tension, when the dendrites sweep toward each other but never touch. The synapsis, as an electro-chemical spark, brings about the constant play of our thoughts, which, as you suggest, is one of the motifs of this project.
 This love of nature’s manifold homologies and of neurons – a love that was, at first, purely visual − led me into the field of reflection upon thought such as has, at the very least, characterised the philosophical history of the West as a whole. Moreover, with few exceptions, thought ruled supreme as a cognitive process, denying space to poetic and metaphysical knowledge that avails itself of consciousness rather than thought. So I found myself on a ridge or crest, or in a watershed position, between this homage to intellect, to the mechanisms of memory, and to the decoding of the phenomenal horizon enacted by the brain, and the infinite possibilities of the mind, leading even toward an interruption of thinking as such. 
I used the transparencies, and especially the rarefaction of neurons on broad white surfaces as a metaphor, as hope, for this mind space, where images fade and thought opens to silence.

When did you feel you needed to move on from painting, from drawing and from large coloured forms to the very concrete abstraction of the brain’s Milky Way?

As you suggest, it’s a question of a very concrete abstraction, so I have never abandoned the painterly form, or drawing, these in turn constituting a form of thought, and hence the most direct and spontaneous translation of mental images (this translation having taken place at all times, and which is, at the very least, identifiable from the mightily wild profiles we see at Chauvet or Lascaux onward). In 2012, I begun the project, teaming up with Prof. Michael Higley of Yale University (Program in Cellular Neuroscience − Yale School of Medicine). The models − laboratory material never used before − were produced in vivo on active brain issues, then chromatically processed for a faithful reproduction on paper of the visual rhythm. The decision to use paper has become a characterising feature of my current work, given its transparency and sensitivity toward the smallest of interventions or chromatic silence. The paper is duly prepared using acid solutions in order to enable rarefaction of the image itself.

How much study did you have to put in for your work/research to be also scientifically reliable – a sort of biology treatise then adjusted according to your own perception?

I became more and more interested in the brain, to which I have dedicated my research over the last few years, after meeting Prof. Higley, with our exchanges concerning neurobiological and epistemological contents as well as dialogue regarding the nature of consciousness. As to the method, the laboratory uses a type of fluorescence microscopy called ‘two-photon imaging’, that enables contrast photography of the cells of the living brain tissue. As opposed to simple static views of their structure, we can thus observe the activity of neurons and the conversations taking place among them. The multidimensional nature of this exchange is what enables about 86 billion neurons to link up with each other via thousands of billions of synapses. Contemporary studies of neuromorphic computing and artificial intelligence underscore the role of these structures, which support all mental processes via planes and connections, the overall plan for which passes from simpler two- or three-dimensional arrangements to much more complex compositions even of nine, eleven or more dimensions. By studying these structures, I have managed to dedicate a specific visual tension to cellular exchange, to the sweeping convergence of neuronal dendrites, engaging with the role of the small rises or outcrops covering the surfaces of the dendritic branches − the spines - that, by constituting the site of contact between one cell and the next, bring about synapses.

Tell me about the relation between these structures and the spatial istallations that have become a part of the language you have adopted lately. My impression, when I see them, is that art manages to discover a beauty that already exists. Is it not perhaps up to the artist to deploy curiosity, intuition and poesy to “truly see”, via nature, these underlying concepts and patterns, which are simple in their complexity, and to know how to then unveil, propose and translate them into a new work? It seems to me that, in this sense, you have embarked upon a dual path: bringing the science of neural connections and molecular biology to art and bringing art to science. Like in a loop tape that constantly creates without ever repeating itself.

Thank you. Similarities among the patterns of differing natural phenomena, as you point out, provide an inexhaustible source of inspiration. We need only look to Leonardo who drew a comparison between the veins of the human body and oranges as they present!
The architectonic structures composed by means of painted elements suggest movements through paper sheets arranged one over the other − like inner movements and at the same time like natural dynamics, the proportions, order and qualities of which evoke the geometric structures underlying multiform nature.
In Devotion, presented for the first time in New Delhi within the ambit of the India Art Fair and then in Miami for Art Basel 2015, the work features within it an ascendant helical curve structure, dedicated to this inner rhythm common to growth of life forms presenting a spontaneous ascendant tendency.
I’m now working on new structures engaging with deformation of Euclidean space as expression of the magnetic field. The properties of deformed space, related to the brain and with many analogies between the human mind and the other expressions of life energy, provide the inspiration for a possible correspondence, a bridge between thought and the world, a reflection upon the mechanisms of creative thought.

Your reflection on the mind seems to me also to embrace a vision of the manner in which we see visible things. What can you tell me about perception, which perhaps symbolically manifests itself precisely in that eye (porthole) that enables the viewer and you, the artist, to spy upon truth as though through a magnifying lens?

The porthole, which I have my father to thank for, comes from Bombay’s dusty Chor Bazaar. It allows one to view the heart of the cell, as from a hatchway, over the cell’s merely symbolically empty space, or rather a space made up of a differing density. As you suggest, it’s a ‘shot’ channelling my glance and that of the viewer, in the constantly varying visions that cross it. The outer world is described as on a stage, the neurons of which constitute the curtains torn asunder. In this sense, the work provocatively engages itself with the very mechanisms of our mind, and while unceasingly paying tribute to them, the illusory nature of it all is ‘outed’. Reality as we see it takes on the timbre that the brain adopts to decode reality. The mind confers form upon the objects that it perceives. That neuron perforated by a porthole, so full of phenomena, suggests precisely this to us.
In many works, the images veer, or change, from a denser colour scheme, from a more bodily mode of painting, to a dismantling of the image itself and the image’s melting or disappearing into the white background. With this variation of density, I sought hyperbolas that are brighter and brighter, which are sometimes distributed via the various elements making up the work. I was interested in focussing on the spectrum of the visible, on how much the mind takes in, to provide space for the planes of invisible frequencies. The vibrational nature of things, which the mind can read only in part.

The addition of small marks of dream-like figures allude to your memory, as in a story that awaits the telling or perhaps has yet to be invented, to your personal history, enriching this work with the poesy that, at all times − whether manifest or hidden away − transforms a drawing, a painting, research or a project, into a work of art. My impression is that this need to “narrate” − and to leave it up to the viewer to work out what the story is, that you merely hint at − seems to have come at a time when your work changed over from rust brown to blue, to pink, and thus from scientific treatise to the valence of a starry sky. Tell me if I see this as it really is. Tell us about your progress. Tell us about yourself.

In the paper structures, in the long scrolls, as in many previous paintings, there is frequently a song to memory. The grooves whose paths the neurons know, where the familiar street lamps of the road, via Faro, are to be found. The lines of the brick paving, the profiles of loved ones, the light of a day (it matters little which). The images that, having burst into these works now peep out − small figures practically always drawn with pen and ink, rapidly − are like the grain of the material of the work itself, that in a certain sense itself gives birth to these images. These figures are very rapidly executed, instantaneous, often inspired by the lumps of paint or by the vague stains of the preparatory acid, and, undoubtedly, they are amenable to a personal history but also to the possibility that the painted neurons act like transistors, giving form to − and picking up the frequency of − our thoughts. In this sense, these images wander here and there like apparitions bordering upon the synaptic instant, to which neurons provide the form, when a memory or a thought arrives here, like jellyfish in the water, in their own element (water making jellyfish up to the extent of 98 %). Jellyfish are water in water. Likewise, neurons in an ocean of thought.